IL RAPPORTO TRA PAROLA E MUSICA

di  Virginia Guidi

“Prima la musica poi le parole” : questo il nome di un’opera di Salieri scritta nel 1786.

Ma, nonostante l’evidente rapporto inscindibile tra le parole e la musica vocale, qual è davvero l’equilibrio tra esse nell’arco della storia della musica occidentale? Scopriremo che questo equilibrio, lungi dall’essere costante, ha subito davvero molte variazioni anche con esiti sorprendenti.

Tra parola e musica

Andando molto indietro nel tempo, nella musica dell’antica Grecia, il legame con la parola e la poesia era molto stretto, la metrica musicale era estremamente influenzata dalla metrica della poesia e il teatro era costantemente interconnesso alla pratica musicale.

Ma come, invece, nella storia più recente, questa relazione ha visto i suoi sviluppi e le sue evoluzioni?

Dobbiamo fare un salto temporale verso tempi più recenti.

Musica e testo nella musica sacra

Uno dei grandissimi dibattiti su questo rapporto sarà nell’arco della musica sacra medioevale e rinascimentale.

Infatti la composizione e la pratica stessa della musica sacra portavano dentro di sé un fortissimo problema: mantenere la centralità della parola di Dio rispetto alla musica.

Infatti, storicamente, alcune pratiche di esecuzione e scrittura (come alcune forme di polifonia) potevano rendere meno intellegibili le parole che invece dovevano rimanere focali.

Ma le parole non erano importanti solamente per il loro significato.

Infatti prima della nascita della scrittura musicale per come la conosciamo noi, il ritmo dei brani vocali, del canto gregoriano etc., era legato proprio alla prosodia del testo.

Musica e parola nel teatro musicale

Questo legame tra ritmo della parola e musica era anche fondamentale nella musica del primo teatro musicale.

Il recitar cantando dell’opera del primo Barocco infatti aveva un fortissimo legame con il testo e con la recitazione e la parola era l’elemento cardine della scrittura e dell’interpretazione musicale.

Questo equilibrio comincia a vacillare qualche decennio dopo, dove i virtuosismi canori dei virtuosi spesso stravolgevano il senso drammaturgico dell’opera e rendevano incomprensibili le parole scritte dal librettista.

Ci volle la riforma di Gluck e Calzabigi per cercare di riportare il centro del teatro musicale sulla storia che veniva narrata.

Mentre fino al primo Barocco, la figura del librettista, cioè colui che scriveva il libretto dell’opera, era paragonabile, per importanza e fama, a quella del compositore, questo equilibrio si modifica nella storia.

Abbiamo notizie di collaborazioni strettissime fra compositori e librettisti, notizie di libretti scritti prima delle opere o dopo, notizie di librettisti piegati alle volontà dei compositori…e notizie di artisti che hanno composto sia le proprie opere che i loro libretti contemporaneamente!

Tutto a testimonianza di una relazione tutt’altro che semplice.

Il Novecento

L’arte nel Novecento ha visto numerose innovazioni e trasformazioni e, ovviamente, anche il rapporto tra musica e parola non poteva esimersi da ciò.

I compositori del Novecento cercano di ripensare e trasformare il legame che il linguaggio ha con la voce, ad esempio deconnotando la parola dal suo significato a favore del suo significante: pensandola cioè come suono puro.

Ma non solo!

Nel 1966 Cathy Berberian scrive un brano per voce sola, Stripsody, strutturato quasi interamente sulle onomatopee dei fumetti, mentre Giacinto Scelsi, nella sua attività compositiva matura, si concentra molto sull’assenza di un testo preesistente a favore di fonemi che danno l’idea di una lingua arcaica e misteriosa… dove sono anche presenti delle parole chiave e segrete come la parola “Om” legata alla pratica della meditazione orientale!