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STUDIARE MUSICA

di Luca Valsecchi

Studiare musica.

All’interno di questa “semplice” attività si nasconde un mondo, molto spesso letteralmente sconosciuto anche dopo anni di studio serio e metodico, per poi accorgersi per molteplici ragioni (appunto troppo spesso sconosciute), di non trovarsi nel punto in cui ci si aspettava di trovarsi. Per esempio non un livello di tipo professionale, ma esattamente il contrario… Come può succedere una cosa del genere?

Il M° Luca Valsecchi, orchestratore, trascrittore partiture e perito plagi consultato dal Corriere della Sera, ti augura buona lettura con 250 articoli musicali scritti da musicisti professionisti.

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Innanzitutto occorre una doverosa premessa: senza uno studio serio e regolare, non si va da nessuna parte (e tutti coloro che hanno avuto la pretesa di studiare da “autodidatti”, hanno compreso sulla loro pelle quanto sia deleteria una simile scelta). Basterebbe un pizzico di umiltà, quella vera.

Un primo concetto base è che occorre partire dalla cosiddetta A – B – C della musica: qualsiasi sia il nostro obbiettivo  (che sia lo studio della classica o della leggera, imparare a suonare il pianoforte, il violino, il clarinetto, la tromba o le percussioni), occorre partire dalla BASE della musica e la base è UGUALE per tutti: senza quella non si va da nessuna parte.

Quindi inizialmente occorre impostare lo studio della musica nel modo più “classico”, partendo innanzitutto dal solfeggio e (parallelamente) dallo studio approfondito dell’armonia (classica), naturalmente accompagnando il tutto con gli studi strumentali (lo studio del pianoforte è indispensabile per tutti, anche per un tecnico del suono o per un critico musicale per esempio).

Focalizziamo il discorso per essere sicuri che sia chiaro, spiegando a cosa servano il solfeggio e l’armonia, perché questo è un errore molto grave e debilitante, cioè studiare senza sapere a cosa serve un determinato studio.

Due parole sul solfeggio: quante volte (troppe) ho sentito dire queste frasi molto tristi: “il solfeggio non serve a niente”, “il solfeggio mi annoia”, ecc.! Vi scrivo la mia personale definizione del solfeggio: “Il solfeggio è l’esecuzione parlata – o ancora meglio cantata – della musica”. Come si fa a odiare o ritenere inutile il solfeggio, se è proprio il solfeggio che ci permette di SENTIRE la musica già nel momento stesso in cui appunto la solfeggiamo? Suonarla, poi, sarà una semplice conseguenza. Semplicemente più difficile, perché occorrerà superare le difficoltà tecnico – strumentali, ma di sicuro non potremo MAI suonarla (o cantare uno spartito) se non sappiamo solfeggiare!!!

Chi arriva a tali affermazioni, oltre che essere totalmente fuori strada, musicalmente parlando non andrà da nessuna parte, perché la capacità che rende una persona un “Musicista”, è quella di saper LEGGERE la musica e interpretarla quindi correttamente. Tutto il resto, le strade “alternative” che oggi vanno tanto di moda, portano da tutte le parti tranne che in quella di diventare Musicisti, con tutte le conseguenze del caso (conseguenze sempre totalmente debilitanti)

Due parole sull’ armonia: i più potrebbero dire “questa perfetta sconosciuta”! In Italia, anche a livello di programmi ministeriali (vale per tutti tranne per chi studia composizione naturalmente), allo studio dell’armonia è relegata un’importanza del tutto marginale, facendo passare il triste concetto che sia SOLO una “materia” da studiare, perché senza superare il relativo esame di “armonia complementare” non ci si può diplomare (terminologia del vecchio ordinamento, ora con i nuovi “corsi di laurea” è cambiata la terminologia, ma la sostanza più o meno è sempre quella).

L’armonia è lo studio della musica “in verticale”, è il lato della musica che dà il reale spessore Artistico al discorso musicale. Sappiamo bene che una melodia armonizzata in modi alternativi, assume una “dimensione” totalmente DIVERSA, e questa differenza non è di tipo marginale ma di tipo SOSTANZIALE.

Ci si può ritenere Musicisti, senza conoscere approfonditamente quali sono questi “elementi” che vanno a determinare queste differenze sostanziali? La risposta dovrebbe essere scontata: NO.

Tralasciamo poi la ancora più diffusa convinzione (diffusa pressoché nel 99,9% dei casi di chi studia armonia proprio nei contesti accademici) che le “regole” che si studiano in Armonia siano “imposte” per stabilire ciò che sarebbe “giusto” e “sbagliato”. Mi limito a dire che convinzioni di questo tipo, purtroppo fatte passare dolosamente proprio da moltissimi insegnanti, arrecano solo DANNI e nient’altro. Fortunatamente “le cose” non stanno esattamente in questi termini  (TUTT’ALTRO!) e per spiegare la “questione” nei dovuti modi, ho scritto un apposito articolo che è possibile leggere cliccando qua.

A questo punto, “gettate” in modo serio le basi musicali (perché anche superato questo “livello”, appunto di basi musicali si tratta), sarà possibile intraprendere quelle scelte che ci indirizzeranno in maniera specifica in un ambito piuttosto che un altro (come si diceva all’inizio).

Questa preparazione di base permetterà di non avere “sorprese” dell’ultimo minuto, sorprese che dopo anni ed anni di studio risultano molto spesso di totale impedimento per un inserimento di tipo professionale nel mondo musicale, attualmente molto più sfaccettato di come si presentava fino a non più di dieci anni fa, quindi anche più ricco di “facili alternative” e di conseguenza di “facili sorprese”.

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